Marta Germani

Volontariato in Madagascar

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 Quando finalmente abbiamo raggiunto Antsahakely, il villaggio in cui avremmo vissuto un mese insieme all’associazione “Dal Cammino al Madagascar”, non sapevamo ancora che quel luogo, così semplice e così essenziale, sarebbe diventato un piccolo pezzo di noi.

Un'esperienza autentica

Il viaggio verso Antsahakely

Il nostro viaggio verso il sud del Madagascar è iniziato all’alba, su una strada che sembrava non finire mai. Abbiamo viaggiato strette tra valigie, zaini e quella polvere rossa che è diventata parte dei giorni e dei ricordi. Procedevamo piano, mura mura, come dicono lì, perchè le strade sterrate erano un susseguirsi di buche profonde, curve, ponti improvvisati e piccoli villaggi che comparivano e scomparivano tra le risaie.

A ogni chilometro ci allontanavamo un po’ di più da ciò che conoscevamo, lasciando andare le abitudini e lo spazio sicuro di casa. Davanti a noi, un mondo completamente diverso. Dentro di noi, la sensazione che stesse per succedere qualcosa di importante.

L'essenziale

vivere senza luce, senza acqua, senza comodità… ma circondati da sorrisi

Ad Antsahakely la luce non c’è, se non quella del sole e delle stelle.
L’acqua è un bene prezioso da portare con i secchi, e i servizi igienici sono un lusso che appartiene ad altri mondi.

All’inizio tutto sembra difficile, pesante, lontano dalla nostra idea di “normalità”. Ci vuole tempo per abituarsi alla semplicità assoluta, a un ritmo che non scegli tu, ma che ti viene incontro piano.

E poi succede qualcosa.

La mancanza di tutto ciò che consideriamo indispensabile si alleggerisce, quasi scompare, davanti a un semplice gesto:
i bambini che ti corrono incontro urlando il tuo nome.

La polvere si alza, i loro piedini nudi battono la terra rossa, e quei sorrisi – grandi, luminosi, sinceri – ti attraversano.
È impossibile spiegare cosa si provi quando venti, trenta, quaranta voci gridano “Martaaaa!” o “Mauraaaa!” con gioia ed entusiasmo.

In quel momento capisci che non sei venuta per portare qualcosa. 

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La scuola

Dove insegni e impari allo stesso tempo

Durante il nostro mese ad Antsahakely ci siamo dedicate alla scuola del villaggio. Le aule erano semplici: muri grezzi, banchi consumati, finestre troppo piccole per far entrare tutta la luce che avrebbero meritato.
Eppure, ogni mattina, varcata quella porta, sentivo un’energia nuova. Una voglia insegnare ed imparare che non avevo mai incontrato altrove.

Non avevamo libri veri né materiali sofisticati. Così abbiamo inventato giochi, utilizzato carte illustrate, disegnato, trasformato ogni minimo oggetto in un’occasione per scoprire qualcosa.
E loro assorbivano ogni parola come fosse un tesoro, come se l’inglese fosse una finestra spalancata su un mondo che avevano solo immaginato.

Quando abbiamo tirato fuori i materiali donati – colori, fogli, pennelli – è stato come portare con noi l’abbraccio di tutte le persone che, sapendo della nostra partenza, avevano sentito il desiderio di contribuire. Con quei colori abbiamo dipinto un grande albero sul muro della scuola: il tronco semplice, i rami che si allungavano verso il cielo e, al posto delle foglie, le impronte delle loro mani.
Ogni mano era un “io ci sono”, ogni impronta una piccola storia.
Un albero fatto di sogni, speranze e futuri possibili.

Alla fine del corso abbiamo organizzato una piccola cerimonia per consegnare i diplomi. Uno alla volta, i bambini si avvicinavano con un misto di timidezza e orgoglio. E poi la festa con la cioccolata – un gesto semplice per noi, ma per loro un momento straordinario.

Ricordo ancora le loro risate, gli abbracci, e la consapevolezza dolce di un legame nato piano, senza che me ne accorgessi.
Sono momenti che non si cancellano.

L'ambulatorio

Dove la cura diventa un atto d’amore

Parallelamente alla scuola, l’ambulatorio del villaggio – grazie ai volontari dell’associazione “Dal Cammino al Madagascar” – è diventato un punto di riferimento non solo per Antsahakely ma anche per i villaggi vicini.
Ogni giorno arrivavano persone che avevano camminato per ore, spesso a piedi nudi, pur di farsi visitare. C’erano madri con i bambini legati sulla schiena, anziani piegati dal peso degli anni, ragazzi magri e sorridenti nonostante la stanchezza.

Tra i tanti casi, ce n’è uno che ci ha toccato profondamente e che porteremo per sempre nel cuore.
Un bambino, di nome Mura, arrivò con i piedi completamente spaccati: camminare scalzo tra pietre e terreni taglienti era diventato impossibile. La causa era semplice e ingiusta: non aveva le scarpe.

I volontari dell’associazione lo hanno curato con una delicatezza che andava oltre i mezzi disponibili. Bendaggi semplici, mani attente, sorrisi capaci di alleviare la paura. Ogni giorno medicavano, lavavano, fasciavano, con pazienza e amore.

Giorno dopo giorno, il suo passo è cambiato.
Una mattina lo abbiamo visto camminare senza dolore.
Poi, finalmente, sorridere. Adesso è tornato a scuola.

I volontari

Il valore delle persone

Dietro ogni progetto come questo ci sono persone che lavorano in silenzio, lontano dai riflettori, ma senza le quali nulla sarebbe possibile.
L’associazione “Dal Cammino al Madagascar”, fondata nel 2025, cresce grazie alla dedizione di Elisa, Roberto, Maddalena e Antonio, che hanno scelto di trasformare un’idea in un aiuto concreto. Insieme a loro, Rita, Giordana, Giacomo e tutti i volontari che, con sensibilità, impegno e cuore, sostengono ogni giorno l’ambulatorio e i progetti del villaggio.

Ci siamo conosciuti solo una volta arrivati lì, ma in pochi giorni abbiamo capito di condividere qualcosa di più grande di noi:
uno scopo comune, un cammino condiviso, una direzione che ci univa.
Un gruppo in cui ciascuno metteva ciò che poteva – mani, tempo, energie, sorrisi.
Lavorare insieme ci ha resi una squadra autentica, legata da un orizzonte condiviso: il desiderio di lasciare il villaggio un po’ migliore di come lo avevamo trovato.

E poi c’è lei: suor Giuseppina.
Il collante silenzioso ma fondamentale.
La guida.
Il “motore” del villaggio.

Originaria del Madagascar, profondamente legata a quella terra e alla sua gente, è stata per noi una presenza indispensabile.
Si è occupata delle traduzioni, dell’organizzazione, dei bisogni quotidiani, e di tutto ciò che non si vede ma che permette a ogni progetto di funzionare.
Con la sua calma, la sua determinazione e la sua capacità di tenere insieme persone e situazioni diverse, è stata davvero la forza che ha reso possibile tutto questo.

Ogni giorno, di fronte a tanto impegno e tanta dedizione, era impossibile non sentirsi parte di qualcosa di importante.
Un progetto nato dal cuore, portato avanti con entusiasmo, e pronto a crescere ancora grazie alla volontà di chi crede in un futuro migliore per Antsahakely.

Progetti

Il cammino verso un futuro migliore

Durante la nostra permanenza abbiamo visto compiersi passi importanti, piccoli solo in apparenza ma enormi per il futuro del villaggio.
Con il supporto delle autorità locali sono state posate le prime pietre di una nuova scuola, una struttura che un giorno potrà accogliere i ragazzi fino al liceo e dar loro la possibilità di imparare un mestiere, immaginare un futuro diverso, più ampio, più aperto.

E, insieme a quella scuola, è stata posata anche la prima pietra di un ospedale. Un luogo che un giorno potrà offrire cure dignitose, protezione, speranza.
Vederli lavorare insieme, e sentirci parte di quel progetto, ci ha dato la sensazione concreta che qualcosa stesse davvero iniziando.

In quel momento abbiamo capito che sì, stavamo facendo davvero la differenza. Il cambiamento non arriva all’improvviso: nasce da gesti semplici, da pietre posate una alla volta, da mani che si sostengono e che credono, tutte insieme, in un domani possibile.

Quello che resta dentro

quando scopri che ricevi più di quanto dai

Il giorno della nostra partenza, il villaggio si è raccolto per salutarci.

Ognuno ha portato qualcosa: un frutto, un bracciale, una stoffa, un oggetto semplice ma pieno di significato. Ci hanno regalato il poco che avevano, con una generosità che non appartiene all’abbondanza, ma al cuore.

Ci ringraziavano.
Ma la verità è che eravamo noi a dover ringraziare loro.

Per l’accoglienza. Per la spontaneità.
Per averci fatto sentire parte della comunità, non ospiti.

Il Madagascar ci ha insegnato che la ricchezza non è ciò che possiedi, ma ciò che sei disposto a condividere.
Che l’amore è semplice, immediato, naturale.
Che a volte i luoghi più poveri sono quelli che ti riempiono di più.

Quando lasci un villaggio come Antsahakely, non parti davvero.
Una parte di te resta lì, tra quei sorrisi, tra quei bimbi che ti chiamano per nome, tra quelle mani colorate su un muro che raccontano un pezzo anche di te.

E capisci che esperienze così…
ti donano molto più di ciò che tu possa mai dare.

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